lunedì, febbraio 27, 2006


Sentenza n. 201/2000 del Tribunale Civile di Salerno-





REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale di Salerno - seconda sezione civile - composto dal Giudice Unico:
DOTT.SSA ALESSANDRA CHIANESE
Ha pronunziato la seguente
SENTENZA
Nella causa civile iscritta al n° 738 del Ruolo Generale dell'anno 1998, avente ad oggetto:
OPPOSIZIONE D.I. n°227/98,
E vertente
TRA
USL 53 DI SALERNO in gestione liquidatoria, in persona del Direttore Generale della ASL SA 2 quale Commissario Liquidatore, rappresentata e difesa dall' avv. E. Tortora e con la stessa elettivamente domiciliata in Salerno, C.so Garibaldi, 5-
OPPONENTE
E
CREDIFARMA spa in persona del Presidente del Consiglio di Amministrazione p.t., rappresentata e difesa dall' avv. A. Marzano, presso il cui studio elettivamente domicilia in Salerno, via F. Manzo, 11-
OPPOSTO
CONCLUSIONI
All’udienza del 30/06/1999, i procuratori costituiti rassegnavano 1e rispettive conclusioni definitive come da verbale in atti, qui da intendersi integralmente trascritto.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione notificato il 02/06/1998, la Usl 53, in gestione liquidatoria, proponeva opposizione avverso un decreto ingiuntivo richiesto ed ottenuto dalla “Credifarma” s.p.a. a seguito di risoluzione, per inadempimento della debitrice, di una transazione intervenuta tra le parti, in data 30/06/1996, per i crediti, per sorta capitale e per interessi in misura ridotta rispetto a quelli riconosciuti, intervenuta per debiti sorti nel 1992.
A tale transazione era stato dato parziale seguito per quanto dovuto per sorta capitale e spese legali, laddove era stata definitivamente risolta per mancata corresponsione, nonostante di diffida delle somme convenute per interessi (£. 29.797.979.274, pari alla giusta metà della somma riconosciuta in atti di £ 59.595.958.597) .
Deduceva l'opponente che del tutto ingiustificata fosse la richiesta dell'intera somma indicata, come dovuta a titolo d’interessi, senza, peraltro, che la creditrice avesse offerto la restituzione delle altre somme ricevute per effetto dell'accordo transattivo, essendo in corso procedure, anche esecutive, per il medesimo titolo, antecedenti la stipula della richiamata transazione, che non aveva, a suo dire, carattere novativo.
Si costituiva l'opposta la quale nel ribadire il suo credito e chiedere la concessione della provvisoria esecuzione del titolo ottenuto, ribadiva il proprio interesse ad agire, a prescindere dalla pendenza degli altri giudizi ex adverso richiamati, avendo avuto la transazione funzione di rimuovere lo stato di incertezza in ordine all'esatto ammontare del debito per interessi, la cui entità a suo avviso, non poteva essere più oggetto di contestazioni.
Veniva negata la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo essendo la causa di pronta soluzione e sulla scorta delle conclusioni rispettivamente rassegnate, la stessa era assegnata in decisione e disposto il deposito e lo scambio di conclusionali e repliche nei termini di legge.
MOTIVI DELLA DECISIONE
L'opposizione è fondata e meritevole di accoglimento, per quanto di ragione.
Preliminarmente va ribadita la piena ammissibilità del ricorso per ingiunzione, basato su titolo di formazione non giurisdizionale, la cui natura (ipotesi di transazione, o vero e proprio accordo contrattuale transattivo di tipo conservativo o novativo) avrebbe dovuto formare oggetto di ulteriore approfondimento, e la cui risoluzione per inadempimento, ai sensi dell'art. 1976 c.c., poteva dirsi avvenuta a seguito del mancato adempimento conseguente la diffida ad adempiere in data 29/02/1998, notificata alla debitrice originaria ed alla Regione Campania.
In linea di principio la transazione non comporta necessariamente l'estinzione dei rapporto precedente sub lite (Cass. n.1400/86) né la novazione della "prior obligatio" può presumersi, dovendo risultare l' animus novandi dalla convenzione transattiva "in modo non equivoco" ( Cass. n. 5538/79; n .9620/87).
Nel caso in esame è dato rilevare, e peraltro le parti concordano sul punto, che alcun effetto novativo si sia voluto imprimere all'accordo in data 30/09/1996, alla luce della clausola di riserva di cui in premessa e di quella di cui al punto 3), relativa ai tempi oneri e modalità di definizione dei giudizi pendenti tra le parti.
In particolare, non si contesta da ambo le parti di essere in presenza di una transazione ovvero ipotesi di accordo transattivo non novativo, atteso che non è espressa né chiaramente può rilevarsi alcuna manifestazione di volontà delle parti diretta ad estinguere le obbligazioni esistenti e sostituirle con un rapporto autonomo.
Orbene, l'accordo in data 30/09/1996 risulta risoluto per inadempimento del debitore a seguito di diffida non adempiuta ma tale vicenda, ad avviso di chi scrive, ha restituito il rapporto transatto nella situazione giuridica preesistente, facendo risorgere tutte le ragioni, azioni, eccezioni di cui le parti potevano disporre originariamente senza che possa ravvisarsi mantenuto in vita alcuna delle nuove autonome clausole o riconoscimenti, previsti in contratto al limitato fìne di esaminare ogni questione di oggettiva incompatibilità tra il rapporto preesistente e quello avente origine dalla resa di reciproche concessioni.
Neppure l’opposta contesta la presenza di una transazione non novativa, non caratterizzata, cioè da alcuna volontà delle parti diretta ad estinguere le obbligazioni precedenti e sostituirle con un rapporto autonomo, onde nessun effetto di pieno riconoscimento delle ragioni creditorie, nella misura esposta in decreto può attribuirsi alla clausola contenuta nell'atto del 30/09/1996, che resta travolta dalla dichiaranda risoluzione per inadempimento dell'intero accordo ex art. 1976 c.c., richiesta sia pure facendone discendere opposti effetti, anche dalla società creditrice.
In definitiva, ad avviso di chi scrive "il presupposto delle reciproche concessioni esclude che la convenzione comporti l'implicito riconoscimento della validità di una o di entrambe le contrapposte tesi delle parti" (Cass. S.U. 01/07/1997 n.5896) e che la risoluzione per inadempimento di una transazione ad effìcacia non novativa non possa che comportare la reviviscenza di tutte le precedenti obbligazioni, contestazioni eccezioni. ( cfr. Cass. 09/12/1996 n.10937).
Ne consegue che la pretesa dell' opposta, benché sostanzialmente non destituita di fondamento attesa la mancata dichiarazione di adempimento, sia pur parziale, da parte della debitrice, deve essere rigettata.
Sussistono giusti motivi in considerazione dell'esito del procedimento, contrastante con le ragioni sostanziali di parte creditrice, per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese di giudizio.
P. Q. M.
A) Accoglie l'opposizione e per l'effetto revoca l'opposto D.I. n. 227/98.
B) Dichiara interamente compensate tra le parti le spese di giudizio.
Così deciso in Salerno 28 novembre 1999.
Il Giudice
f.to Dott.ssa Alessandra Chianese


Deposita in Cancelleria il 04/02/2000-
Il Cancelliere
f.to Giuseppe Landolfi






-Nota alla sentenza n. 201/2000 del Tribunale Civile di Salerno-


La decisione del Tribunale di Salerno in rassegna, è degna d’interesse in quanto rappresenta un caso emblematico di concreta e corretta applicazione del principio giuridico secondo cui, salvo esplicito patto contrario (sempre da provare in forma scritta, ex art. 1967 cod.civ.), in contratto di transazione non si presume abbia effetto novativo, non determina cioè la costituzione di un nuovo rapporto giuridico che si sostituisca a quello pregresso (da quale appunto è nata la lite, poi transatta).
La definizione giuridica della transazione è nota: si tratta del contratto (avente titolo oneroso e con prestazioni corrispettive) – richiedente la forma scritta “ad probationem”, salvo il diverso caso di cui all’art. 1350 n. 12 cov. civ. (con la forma scritta richiesta “ad substantiam”) – mediante il quale le parti, facendosi reciproche concessioni (“aliquid dare, aliquid retinere”), pongono fine ad un controversia giudiziaria (ossia ad una “res dubia”, qualificata da opposte pretese) già insorta, o da prevenire (art. 1965 cod.civ.). (cfr. in termini: Cass. Civ. II Sez. sent. 6 ottobre 1999 n. 11117 – Soc. Pomicino c/ Pasqualicchio – in: Giust. Civ. Mass. 1999, 2074; Cass. Civ. Sez. I sent. 22 febbraio 2000 n. 1980 - Cerciello c/ Banco Napoli – in: Giust. Civ. Mass. 2000, 432).
Sicchè quando, come nel caso di specie, viene raggiunta la prova che uno dei paciscenti non ha onorato gli obblighi scaturenti dalla stipulata transazione, l’altra parte è legittimata a richiedere la risoluzione di detto contratto, a mente dell’art. 1976 cod. civ., con l’importante effetto concreto di far risorgere le posizioni giuridiche originarie delle parti, anteriori alla conclusione della suddetta transazione oramai caducata.
Dunque fondamentale è la distinzione tra la c.d. “transazione novativa” e quella che invece potremmo definire “transazione semplice” o “propria”, perché - nella prima ipotesi - non può ammettersi azione successiva di risoluzione per sopravvenuto inadempimento (essendo il rapporto pregresso estinto dalla novazione). (cfr. per la distinzione: Tribunale di Cagliari sent. 26 febbraio 1997 – Soc. Unimont c/ Mainas, in: Riv. Giur. Sarda 1998, 660- nota: Tuveri)
Occorre premettere, a questo punto, qualche cenno circa i caratteri giuridici peculiari della novazione.
Il rapporto obbligatorio si estingue per novazione se il creditore e il debitore decidono di vincolarsi con un nuovo rapporto obbligatorio, che deve essere diverso dal precedente nel titolo e nell’oggetto (art.1230 cod. civ.).
Nell’art. 1230 cod. civ. si fa riferimento alla sostituzione di una nuova obbligazione alla precedente e si richiama la diversità del titolo e dell’oggetto, quali presupposti essenziali, idonei a qualificare il rapporto e a distinguerlo rispetto a qualsiasi altro.
Inoltre, la novazione è contemplata tra i modi di estinzione dell’obbligazione diversi dall’adempimento: ne deriva la contraddittorietà di una novazione che non comporti automaticamente la fine del rapporto precedente.
Il legislatore si è curato di precisare che non producono novazione il rilascio di un documento o la sua rinnovazione, l’apposizione o l’eliminazione di un termine e ogni altra modificazione accessoria dell’obbligazione (art. 1231 cod. civ.).
Sono modificativi in linea generale tutti quegli accordi che si limitino a prevedere un mutamento delle modalità di attuazione dell’obbligo.
Invece, per espressa previsione di legge, non sono accessorie le innovazioni relative all’oggetto o al titolo.
La nozione di titolo sembra riferibile non soltanto al contenuto complessivo del contratto che ha determinato il sorgere dell’obbligazione, quanto piuttosto al fondamento del singolo rapporto (novazione causale).
Ancor più lineare è lo schema della novazione per mutamento dell’oggetto (novazione reale): come nell’ipotesi in cui alla vecchia obbligazione di natura pecuniaria se ne sostituisca una nuova con riguardo alla consegna di una cosa determinata.
La volontà di estinguere l’obbligazione precedente deve essere comune alle parti contraenti e deve risultare in modo non equivoco (art.1230 comma 2 cod. civ.): ma può dedursi dalle circostanze in base a un comportamento concludente, ossia anche in mancanza di una dichiarazione delle parti in cui si manifesti l’intento di far cessare il vecchio rapporto e di far nascere un nuovo rapporto (animus novandi).
L’indagine sull’intento di novare sarebbe superflua quando la nuova obbligazione non soltanto sia diversa nell’oggetto e nel titolo, ma addirittura sia incompatibile con la precedente.
Il legislatore ha attribuito rilievo a un mutamento oggettivo, che sia effettivo e non marginale: in caso contrario si dissolve la ragion d’essere del fenomeno, in termini economici; e fondato è il sospetto che l’operazione possa avere un senso soltanto in quanto persegua finalità fraudolente. (per utili riferimenti giurisprudenziali sulla cd “novazione oggettiva” cfr.: Cass. Civ. Sez. III sent. 8 maggio 2001 n. 6380 – Paci c/ Guidi – in: Giust. Civ. Mass. 2001, 940; Cass. Civ. Sez. II sent. 27 luglio 2000 n. 9867 – in: Dir. e Prat. Soc. 2001, f.4, 77; Cass. Civ. Sez. II sent. 12 settembre 2000 n. 12039 – Raffaele c/ La Rosa; Cass. Civ. Sez. II sent. 9 dicembre 1996 n. 10937 – Soc. Sarovesi c/ Palumbo; Cass. Civ. Sez. Lavoro sent. 8 novembre 1996 n. 9766 – Colautti c/ Associazione Calcio Perugia – in: Giust. Civ. Mass. 1996, 1487; Cass. Civ. Sez. III sent. 10 maggio 1996 n. 4427 – Cervicato c/ Imberbe in: Giust. Civ. Mass. 1996, 714).
L’opinione contraria s’ispira all’esigenza di non porre inutili limitazioni all’autonomia contrattuale: se le parti vogliono estinguere l’obbligo di farne nascere uno nuovo poco importa che il nuovo obbligo abbia un contenuto non molto diverso dal precedente; decisivo è l’interesse delle parti di assoggetarsi a un obbligo che le stesse - in piena autonomia - qualificano come nuovo rispetto al precedente, ormai estinto.
Chi consideri l’istituto secondo valutazioni di utilità economica nota che l’effetto novativo si giustifica razionalmente in vista di un’esigenza di semplificazione nella vicenda di un rapporto obbligatorio.
Ben si spiega quindi la cautela del legislatore nel richiedere che le parti abbiano piena consapevolezza delle conseguenze del loro comportamento; e difatti trova qui applicazione il principio secondo cui le rinuncie non si presumono.
La ridotta applicazione dell’istituto sembra confermare che i privati siano inclini alla conservazione dei rapporti obbligatori piuttosto che alla loro risoluzione, se non sia realizzato o esaurito l’interesse che ne suscitò la costituzione.
Dagli artt. 1230 e 1231 cod. civ. si ricavano alcune regole generali: si presuppone una funzione novativa espressa con manifestazione non equivoca; si considera pertanto coessenziale una innovazione radicale con riguardo all’oggetto o al titolo e fissano alcuni criteri esemplificativi con riguardo alle modificazioni accessorie, che di per sé sono incompatibili con la nascita di una nuova obbligazione (animus novandi; aliquid novi).
Si è detto che l’innovazione che la legge presuppone è oggettiva: si riferisce al titolo e all’oggetto (art.1230 comma 1 cod. civ.).
D’altro canto non si può escludere che le parti decidano di estinguere l’obbligazione tra di loro e di farne nascere un’altra del tutto identica, ma con un nuovo debitore.
Il creditore non può vedersi imporre un nuovo debitore: può tuttavia decidere di sostituire al vecchio il nuovo obbligato; e può dare il suo consenso alla liberazione del primo e alla conseguente estinzione del precedente rapporto.
L’ipotesi è regolata nel codice per rinvio: quando un nuovo debitore è sostituito a quello originario che viene liberato, si osservano le norme che si riferiscono alla delegazione, all’espromissione e all’accollo (art. 1235 cod. civ.).
Il problema principale, relativo alla sorte delle garanzie specifiche del credito, è risolto dalla legge in maniera identica sia nel caso della successione sia nel caso della novazione soggettiva: le garanzie si estinguono non soltanto se si tratti di novazione soggettiva ma anche in tutte le ipotesi in cui il creditore liberi il debitore originario nel quadro della delegazione, dell’accollo e dell’espromissione.
La novazione presuppone l’esistenza dell’obbligo: in difetto del quale non ci può essere sostituzione di un nuovo obbligo al precedente.
Se le parti sono a conoscenza sia dell’inesistenza attuale dell’obbligazione sia della possibilità che la stessa venga in vita nel futuro e vi è accordo sulla novazione di un tale rapporto, non vi è ragione di considerare inefficace il patto.
Considerazioni analoghe sono addotte al fine di giustificare la novazione del debito sottoposto a termine iniziale o di quello che nascerà, se nascerà, in seguito all’avvalersi di una condizione sospensiva.
A maggior ragione sono suscettibili di novazione le obbligazioni giuridicamente esistenti, ma soggette ad eccezioni che possano comportarne l’estinzione con effetto retroattivo.
In termini ben diversi si pone il problema della novazione di un dovere di natura morale o sociale che giuridicamente dovrebbe considerarsi inesistente.
All’obbligazione naturale le parti possono voler sostituire un rapporto vincolante, al quale intendono assoggettarsi senza limiti.
La novazione sembra inefficace, non soltanto per il fatto che l’obbligazione naturale non può dirsi esistente, ma già per il fatto che l’unico effetto prodotto dalla legge consiste nell’esclusione della possibilità di pretendere la restituzione del pagamento, sì che comunque dovrebbe attendersi l’esecuzione della prestazione che è oggetto dell’accordo novativo.
La novazione è valida, se il titolo dell’obbligazione originaria è soltanto annullabile e se la nuova obbligazione è stata assunta nella consapevolezza del vizio che colpiva il debito da novare (art. 1234 comma 2 cod. civ.).
Se la nuova obbligazione è stata assunta nella consapevolezza dell’annullabilità del titolo dell’obbligazione originaria, l’accordo diretto a sostituire il debito preesistente è valido già per il fatto che esistono gli estremi di una convalida tacita del titolo annullabile.
Più vaga è la disciplina dell’ipotesi in cui la nuova obbligazione sia assunta nell’ignoranza dell’annullabilità del titolo dell’obbligazione originaria.
Si è affermato che la novazione è annullabile nel termine che manchi al compimento della prescrizione per l’annullamento della stessa obbligazione originaria.
La convalida è esclusa: una volta annullato il titolo, cade anche la novazione; e si parla di inefficacia con effetto retroattivo derivante da una figura d’invalidità successiva.
Se il titolo non è più annullabile a causa della prescrizione, la novazione si consolida, poiché ha un fondamento giustificativo non più precario.
Non sono previste le ipotesi in cui il titolo dell’obbligazione originaria sia assoggettabile a un’impugnativa ovvero divenga inefficace per altra causa sopravvenuta.
Devono rispettarsi le linee essenziali dei singoli rimedi: la rescissione non ammette convalida (art.1451 cod. civ.) e l’accordo novativo non potrà prestarsi a eludere le norme inderogabili poste a tutela del contraente sfavorito; inoltre, dovrà tenersi presente che la risoluzione, al pari della rescissione, può comportare il venir meno, con efficacia retroattiva tra le parti, dell’obbligazione che ha già formato l’oggetto della novazione. L’effetto estintivo ha quale logico corollario l’estinzione delle garanzie del credito.
La norma è derogabile, con patto anteriore o contestuale. Una disposizione specifica è prevista con riguardo alle ipotesi in cui l’accordo novativo sia posto in essere tra il creditore e uno dei suoi debitori, tra di loro uniti da un vincolo di solidarietà nella fase di attuazione del rapporto obbligatorio.
Se l’accordo è destinato ad avere efficacia liberatoria per tutti i debitori solidali (art. 1300 cod. civ.), è conseguente la previsione dell’estinzione dei privilegi, del pegno e delle ipoteche del credito anteriore (art. 1231 cod. civ.).
L’unica regola apparentemente peculiare sta nel fatto che l’accordo in deroga, destinato a tenere in vita le garanzie, può riferirsi soltanto al debitore che ha stipulato il patto e ai beni di lui, sebbene sia possibile che gli altri debitori acconsentano con accordo separato. Se l’accordo è concluso è concluso tra uno dei creditori in solido e il debitore, le garanzie originarie permangono e non si estendono al nuovo credito, salvo che gli altri creditori diano il loro consenso (art. 1300 cod. civ.).
Se uno dei creditori di una prestazione indivisibile ha stipulato una novazione con l’unico debitore, costui resta tenuto per l’intera prestazione indivisibile nei confronti degli altri, i quali tuttavia non potranno arricchirsi nei confronti del concreditore che ha concluso la novazione (art. 1320 comma 1 e 2 cod. civ.).
Ciò posto in termini generali e per quanto inerisce l’istituto della “novazione”, devesi sottolineare che la giurisprudenza del Supremo Collegio è consolidata nel ritenere “transazione novativa” esclusivamente il rapporto giuridico transattivo dal quale sorge un’obbligazione oggettivamente diversa ed incompatibile con la precedente e che, dunque, viene e sostituirsi del tutto (come gia innanzi accennato) a quello dal quale è sorta la lite. (cfr. Cass. Civ. Sez. Lavoro sent. 26 gennaio 1999 n. 710 Guglielmo c/ Comune Sanremo in: Giust. Civ. Mass. 1999, 171).
Tanto anche in difetto di esplicita manifestazione di volontà delle parti, quando il complesso dei nuovi patti sia oggettivamente incompatibile con la sopravvivenza del primo rapporto giuridico.
Pertanto l’accertamento, da parte del Giudice, della sussistenza di una nuova obbligazione va desunto sia dalla volontà delle parti (anche implicitamente manifestata), sia dal tenore complessivo delle clausole contrattuali, valutando specificamente la compatibilità o meno della transazione (novativa) con le obbligazioni scatutenti dal precedente rapporto.(cfr. in argomento: Cass. Civ. Sez. I sent. 15 novembre 1997 n. 11330 Carbone c/Tumino, in: Giust. Civ. Mass. 1997, 2184, ed anche Cass. Civ. Sez. III, sent. 13 settembre 1996 n. 8264 Soc. Alfa Kronos c/ Gabrielli, in Giur. It. 1998, 675).
E’ pacifico – secondo concorde giurisprudenza - il carattere dispositivo (e non dichiarativo) della transazione novativa, come pure pacificamente sarebbe inapplicabile alla fattispecie de quo - attesa la prevalenza della funzione transattiva - la norma di cui all’art. 1234 cod. civ., che regola le ipotesi d’inefficacia della novazione.
Invece nel caso della c.d. “transazione semplice” o “propria”, le parti non vanno oltre i limiti della situazione giuridica dedotta in lite e vengono investiti soltanto alcuni effetti dell’originario contratto, ma il rapporto originario sopravvive, così come integrato dalla sopravvenuta transazione e - potremmo dire - “convive” con essa.
In breve le parti introducono regole complementari, rispetto al rapporto oggetto di controversia, esse stesse creative, modificative o estintive di obbligazioni (ipotesi classica, ravvisabile - come già evidenziato - anche nella fattispecie decisa dal Tribunale di Salerno, è quella di transazione che viene ad investire solo il “quantum debeatur” oppure le sole modalità di pagamento).
E’ importante sottolineare, a scanso di equivoci, che nel caso in cui le parti pongono fine alla lite, ma senza il presupposto essenziale delle “reciproche concessioni” (si ripete: “aliquid dare, aliquid retinere”), saremmo in presenza non di una transazione, bensi di figure affini che non sarà inutile brevemente elencare.
La prima e più nota fattispecie, che potrebbe “apparentarsi” con la transazione; è il c.d. “negozio d’accertamento”, con il quale le parti si limitano a rimuovere dubbi ed incertezze afferenti ad un determinato rapporto giuridico, pervenendo così alla sostituzione di una pattuizione certa (definitiva e vincolante) alla precedente incerta.
Invece, con la transazione, le reciproche pretese delle parti vengono regolate liberamente, ossia prescindendo dalla determinazione della realtà giuridica oggettiva.
Altra fattispecie affine e la c.d. “ricognizione di debito” (cfr. art. 1988 cod. civ.), che però si risolve in una mera conferma di obbligazioni preesistenti, laddove invece con la transazione viene sempre posto in essere un “aliquid novi”, cioè una nuova regolamentazione che vincola le parti.
Assai rilevante, nella prassi, è il c.d. “pactum ut minus solvatur” che si differenzia dalla transazione perché la rinuncia alla lite è fondato sul presupposto della consapevolezza che il debitore non adempirà alle proprie obbligazioni, ovvero - più semplicemente - sul fatto che il creditore intende rinunciare unilateralmente a parte delle proprie ragioni.
In concreto non vi sono le “reciproche concessioni” (infatti il credito non è contestato e quindi sarebbe dovuto il completo adempimento), non vi è un nuovo “regolamento contrattuale” sostitutivo di quello dedotto in lite, ma invece si ha una parziale remissione del debito, accettata dal creditore facendo affidamento su di un successivo puntuale adempimento del debitore (ritenuto poco solvibile), seppure in misura ridotta rispetto a quella originaria.
Tornando alla “transazione semplice” è a dirsi che, come già accennato, l’art. 1976 cod. civ. regola l’ipotesi del (successivo) inadempimento ai patti transattivamente stipulati.
In tal caso parte creditrice può richiedere la risoluzione della pregressa transazione, fornendo la prova dell’indempimento del debitore e, successivamente, richiedere l’adempimento della pretesa fondata sul primo contratto.
In breve “rivivono” le posizioni giuridiche che le parti avevano anteriormente nella lite ed il creditore ha la possibilità di richiedere giudizialmente anche quello a cui – in transazione – aveva rinunciato.
Sarà, pertanto, proponibile anzitutto azione di risoluzione della transazione, fornendo la prova dell’inadempimento ed invocando il risarcimento dei danni eventualmente patiti e, in aggiunta, ulteriore azione volta ad ottenere il completo adempimento – sulla base del rapporto originario (tornato litigioso), tutto questo nell’abito di uno stesso giudizio, ovvero anche in giudizi diversi.
In ogni caso il giudice adito pronuncerà due distinte decisioni, fondate su titoli diversi: la prima (in base alla transazione) dovrà statuire sulla risoluzione e sugli eventuali danni, la seconda (in base al titolo originario) dovrà, se del caso, condannare il debitore al completo adempimento.
In questo contesto necessita ricordare – conclusivamente - che eventuali riconoscimenti di situazioni di fatto, posti in essere dai paciscenti nella transazione, laddove costituiscano proprio l’oggetto di una delle reciproche concessioni, giammai potrebbero in seguito avere natura e portata confessoria, poiché non integrano dichiarazione di scienza fine a se stessa, ma s’inseriscono teleologicamente nel rapporto transattivo, essendo strumentali al raggiungimento dello scopo di definire la controversia, il che fa venir meno - nella rappresentazione interna che l’autore si forma della propria dichiarazione - la basilare caratteristica (“animus confitendi”) che alle confessioni conferisce forza probante. (cfr. in argomento: Cass. Civile Sez. Lavoro, sent. 23 gennaio 1997 n. 712, Tortora c/ Apuzzo, in Giust. Civ. Mass. 1997, 118).

(nota stilata nel dicembre 2003, a cura dell’Avv. Giuseppe Celia)